Giovanni Belfiori

Belfiori (direttore Passaggi): «il nostro festival parte da un libro per raccontare la vita»

Giovanni Belfiori, fondatore e direttore di Passaggi, alla vigilia della quarta edizione del festival, ci rivela retroscena e speranze, con uno sguardo rivolto al futuro

Per prima cosa, una domanda d’obbligo…a poche ore dall’inaugurazione del Passaggi Festival, quali novità ci sono?

L’ultima gradita novità è l’arrivo di ‘Zoro’. Diego Bianchi converserà, in un inedito dibattito, con Nando dalla Chiesa sui temi della legalità, delle infiltrazioni mafiose e della corruzione. Un festival come il nostro, che tratta temi di attualità, è anche legato agli umori della politica italiana, e mi pare che in questi giorni sia avvenuto più di uno sconvolgimento del quadro politico, quindi vedremo se e come questi sconvolgimenti influiranno sul programma.

Lei è il direttore, ma ancor prima il fondatore del Passaggi Festival. Come e quando è nata l’idea di quello che è ad oggi l’unico evento italiano dedicato alla letteratura saggistica?

‘Come’, lo racconterò un’altra volta, ‘perché’ è facile a spiegarsi: in Italia non c’erano appuntamenti dedicati esclusivamente a questo genere letterario, e mi sembrava assurdo che, in un tempo di sconvolgimenti epocali come quello che stiamo vivendo, non ci fosse un luogo nel quale confrontarsi partendo dai libri. A quel punto chiamai Nando dalla Chiesa, poi Cesare Carnaroli, Claudio Novelli, Alessandra Longo di Repubblica, Giorgio Santelli di Rainews24, Lorenzo Salvia del Corriere della Sera, tutte persone che conoscevo già, e debbo dire che ciascuno si è immediatamente gettato con passione e generosità nell’impresa, così come poi hanno successivamente fatto Alfredo Antonaros e Katia Migliori, ultimi e ottimi arrivi nel comitato scientifico.

In Italia non c’erano appuntamenti dedicati esclusivamente a questo genere letterario, e mi sembrava assurdo che, in un tempo di sconvolgimenti epocali come quello che stiamo vivendo, non ci fosse un luogo nel quale confrontarsi partendo dai libri. Per questa ragione, è nato il Passaggi Festival.

Passaggi è giunto alla sua quarta edizione, un’edizione che sarà di svolta, come testimonia anche la scelta dell’adozione di Piazza XX Settembre come sede principale delle presentazioni librarie e degli incontri. Dalla scommessa della prima edizione ad oggi, quanto è cambiato questo festival, che cosa si può ancora fare e quali sono le sfide del prossimo futuro?

Nella qualità e nei contenuti, il festival è sempre lo stesso. A volte chi organizza questo tipo di eventi si affretta a spiegare che l’ultima è “la migliore delle edizioni mai fatte prima”, noi non possiamo dire altrettanto: il Passaggi Festival ha mantenuto un livello simile dal 2013 a oggi, e non saprei dire qual è stata l’edizione migliore. È cambiato molto, invece, negli eventi che circondano le presentazioni dei libri: si sono moltiplicati e diversificati, basti pensare ai venti laboratori e alle sette mostre che organizziamo quest’anno. Le sfide future sono tante, innanzi tutto quella di creare, accanto alla rassegna dei grandi autori, una serie di incontri dedicati a titoli e autori meno noti, ma non per questo meno interessanti, penso, in particolare, ad autori stranieri, ad esempio dell’area balcanica, con cui condividiamo storie, economie, culture. Un’altra sfida riguarda le risorse e, quindi, la collocazione del festival: il comitato scientifico aveva annunciato di lasciare Fano, se non fossero arrivati altri fondi. Le risorse sono un problema e non solo per il nostro festival ma, in generale, per chi opera nel mondo della cultura. Eppure, come tutti ripetono, ogni euro investito in cultura ne fa guadagnare almeno due, attraverso l’indotto, il turismo, la comunicazione, i trasporti. Quest’anno siamo stati salvati da un intervento del vice presidente del consiglio regionale Renato Claudio Minardi che ha fatto sì che ci arrivassero 20.000 euro, quindi 10.000 euro in più rispetto a quanto stabilito nel bilancio preventivo. Questa somma ci ha permesso di pareggiare entrate e spese. Si tratta di soldi che erano già stati assegnati, nel bilancio regionale, alla cultura, quindi se non fossero finiti a Fano, li avrebbe presi qualche altra città. Anche di questo occorre ringraziare Minardi e anche Carloni che si sono impegnati per far sì che Fano non fosse, come al solito, la cenerentola delle Marche. Aggiungo, poi, che questi soldi vengono spesi in città e portano lavoro su Fano, perché col festival lavorano alberghi, bar, chi allestisce, chi stampa, ecc, inoltre, grazie alla promozione nazionale di Coop Alleanza 3.0 e Librerie Coop, stiamo portando turisti, i quali arrivano e spendono altri soldi a Fano. Che dire, poi? Che Passaggi Festival ha all’incirca un bilancio di 90mila euro, festival simili al nostro partono da almeno mezzo milione di euro e arrivano sopra i due milioni. Però noi abbiamo una peculiarità: lavoriamo gratis e più di lavorare gratis, e anzi a volte metterci del nostro, non so cosa possiamo fare. Lavoriamo gratis tutti, dal presidente al comitato scientifico, dal direttore ai volontari. Non so quanto ancora riusciremo a reggere, ma ad oggi è così.

Le risorse sono un problema e non solo per il nostro festival ma, in generale, per chi opera nel mondo della cultura. Eppure, come tutti ripetono, ogni euro investito in cultura ne fa guadagnare almeno due, attraverso l’indotto, il turismo, la comunicazione, i trasporti. La peculiarità di Passaggi? Tutti noi lavoriamo gratis.

Il tema scelto per quest’anno è la felicità possibile, una proposta che può sembrare utopistica, dati i tempi non esattamente incoraggianti. Perché questa scelta? E Lei, personalmente, cosa ne pensa? Crede che sia possibile trovare una forma di felicità concreta e attuabile?

Il primo tema che proposi al comitato scientifico, un po’ per scherzo, un po’ seriamente, fu “l’infelicità possibile”, poi io e Claudio Novelli ragionammo sull’opportunità di rovesciare – ma non troppo – il concetto e arrivammo alla ‘felicità possibile’, un tema che sfida le utopie, che contrappone la quotidiana e faticosa responsabilità di costruire un tempo migliore qui ed ora, al paradiso delle religioni o alla “città del sole” delle ideologie. Non a caso nella motivazione del tema ho citato Berlin: i ‘grandi ideali’ si traducono immancabilmente nella pratica per cui «bisogna sacrificare la generazione presente per fare felici quelle future», in una sorta di coazione a ripetere per cui nessuna generazione si salverà mai. Solo la consapevolezza del limite e della fallibilità umana possono farci mettere da parte le utopie sistemiche di ogni tempo, utopie che sulla carta sembrano perfette società felici, ma nella realtà si tramutano in perfetti gulag o lager, nell’inquisizione o nella shari’a. L’utopia politica e religiosa è quella che ti vuole salvare per forza, e se non riesce a salvarti, preferisce ucciderti.

La letteratura saggistica è spesso, certamente a torto, considerata minore, ‘ancillare’ rispetto ai generi tradizionali, la narrativa, il dramma, la poesia. Eppure i più grandi fenomeni letterari degli ultimi anni sono nati da una contaminazione del romanzo con il saggio: basti pensare a Gomorra di Saviano, in Italia, in Francia ai libri di Le Carrère e Houellebecq, al Capitale del secolo XXI di Piketty, caso editoriale in America. L’ultimo Premio Nobel per la Letteratura, Svetlana Aleksievic, è una saggista. Come interpreta questo fatto? C’è oggi una voglia particolare di ‘realtà’ che Passaggi è riuscito in qualche modo a intercettare?

La contaminazione romanzo-saggio è in apparenza meno rigorosa di un trattato accademico, ma se pensiamo alle forme dei ‘dialoghi’ dell’antichità, da quelli socratici a quelli galileiani, ci rendiamo conto che la finzione narrativa può essere molto efficace. Il problema, però, è che è cambiato completamente il pubblico: quelli che leggevano il dialogo fra contadini nel quale Galileo confuta le teorie aristoteliche, non è il medesimo pubblico che legge il romanzo-saggio sulla Francia islamica o guarda il film-inchiesta sulla criminalità organizzata. Oggi è quasi d’obbligo la narrazione, lo story-telling. È questa la voglia di realtà che Passaggi sta intercettando. Abbiamo, sin dal 2013, proposto libri a metà fra il saggio e il romanzo: pensiamo alla storia antica che narra Valerio Massimo Manfredi, agli intrecci fra indagini e filosofia del di Gianrico Carofiglio, al romanzo inchiesta di Torrealta La trattativa e, per arrivare al programma di quest’anno, a Il facilitatore di Sergio Rizzo, che presenteremo il primo giorno del festival.

Solo la consapevolezza del limite e della fallibilità umana possono farci mettere da parte le utopie sistemiche di ogni tempo, utopie che sulla carta sembrano perfette società felici, ma nella realtà si tramutano in perfetti gulag o lager, nell’inquisizione o nella shari'a. La felicità possibile è la rinuncia alle illusioni mortifere, come le utopie politiche o religiose che, anziché salvare, uccidono.

E, nel suo percorso di formazione, quali sono stati i ‘saggi’ fondamentali?

Mi piace molto compilare elenchi come i dieci piatti che mangi più volentieri, i dieci libri che ti hanno cambiato la vita o i dieci film che ti sono più piaciuti. Quindi, approfitto della domanda per compilare un piccolo elenco: “Leviatano” di Thomas Hobbes, “Sommario di decomposizione” di Emil Cioran e le “Operette morali” di Leopardi, perché ci aiutano a superare le illusioni; “Contro il metodo” di Paul K. Feyerabend, perché ci illumina sui percorsi delle teorie; “Declino e caduta dell’impero romano” di Edward Gibbon, perché ci fornisce elementi per leggere il presente; “Kitchen Confidential” di Anthony Bourdain e “Tutti a tavola” del fanese Valentino Valentini perché parlano in modo eccelso, ciascuno a suo modo, di cucine e di cucina; “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes perché può essere sempre molto utile.

Per concludere, una riflessione: lei crede che la letteratura possa essere uno di quegli strumenti di felicità non solo personale, ma anche civile, che tutti stiamo cercando?

Non saprei cosa rispondere, anche perché faccio fatica a inquadrare il concetto di ‘felicità civile’ e mi fa anche un po’ paura di chi parla a nome della ‘società civile’, chi si vanta di lavorare in esclusiva per il ‘bene comune’, chi usa il ‘noi’ anziché l’‘io’; figuriamoci, poi, se qualcuno pretendesse di dettare la ricetta della felicità collettiva attraverso la letteratura. Semmai, non è “la letteratura” ma sono “i libri” che possono aiutarci a star meglio. Chi ama i libri ama la vita, perché il libro, qualunque libro, è viaggio, è superare il confine, è immaginazione, e dunque chi ama il libro ama tenacemente la vita; come ha scritto Céline, «quando non si ha immaginazione, morire è poca cosa, quando se ne ha, morire è troppo».


 

Intervista di Carolina Iacucci

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