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Conversazione con Fiorangelo Pucci: «la felicità dura il tempo di un corto, ma il cinema non morirà mai»

Fiorangelo Pucci è direttore artistico del Fano International Film Festival, docente di Storia e critica del cinema a Urbino e autorevole studioso di cinema delle origini: a Passaggi propone una rassegna di cortometraggi internazionali intorno al tema della felicità possibile

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Fiorangelo Pucci

Fiorangelo Pucci ha incontrato la grande, incessante passione della sua vita – il cinema – nei primi anni universitari: aveva poco più di vent’anni, era un ragazzo di campagna dotato e curioso, per la prima volta si trovava lontano da casa e da quel mondo fresco, verace: «le mie origini sono contadine, per me studiare a Urbino significava già moltissimo, era una novità, un orgoglio, uno stimolo davvero incredibile… oggi gli orizzonti sono diversi, enormemente dilatati». Sono stati i suoi maestri, Mario Luzi e Luigi Chiarini, all’epoca figure quasi profetiche dell’accademia urbinate, presenze non solo esornative, ma imponenti, accese, vivide del corso di Lettere, a iniziarlo alla settima arte, ai suoi linguaggi e ai suoi segni. Erano gli anni Sessanta, ma il movimento sessantottino non aveva ancora rovesciato la società e i suoi schemi, spazzando via indistintamente tutto ciò che vi era di granitico, tanto le miserie, quanto le eccellenze: «dopo il Sessantotto è cambiato tutto, è in quell’anno, così fondamentale e adrenalinico, che annida il germe di un deterioramento di cui ancora oggi paghiamo lo scotto: un tempo le Università erano vivificate dai Maestri, oggi la qualità della docenza è precipitata e la mentalità rinunciataria, del gioco a ribasso, ancora tristemente serpeggiano». Al tempo era un ragazzo appassionato di letteratura francese: stava nascendo la Nouvelle Vague, un modo di fare cinema completamente diverso e ostinatamente francese, con quel senso unico per l’ineffabile, per l’impalpabile, la capacità di accordare l’immagine cinematografica con il ritmo segreto delle cose, la poesia minuta del quotidiano: la sua tesi fu, non a caso, sui rapporti tra lirica e cinema, sulla dialettica tra Jacques Prévert e Marcel Carné. Dei grandi registi italiani del passato, il più francese è senza dubbio Antonioni, quello che ha lasciato il segno più profondo Rossellini: «il neo-realismo ha aperto la strada al rinnovamento, è la nostra rivoluzione più importante dal punto di vista cinematografico, la nostra migliore referenza».

In Italia, la crisi del cinema dipende in gran parte dalla produzione, dalla sua assenza di audacia. Senza rischio, non c'è evoluzione

Sulle sorti del cinema italiano contemporaneo, Pucci non si illude: «se c’è questa crisi profonda, la responsabilità principale è della produzione, dell’assenza di audacia; siamo diventati invisibili e sguazziamo nello stagno del risultato sicuro, del rischio minimo… non è così che si può evolvere». Il cinema è un’arte di sintesi: dentro ci sono tutte le altre arti, la letteratura, la fotografia, la musica, la filosofia; è ispirazione e tecnica, sentimento e sapienza, ricerca e industria: difficile pensare che un congegno così raffinato nelle meccaniche e insieme potente nella comunicazione non rifletta lo stato della società, la sua disponibilità a guardare avanti e a mettersi in gioco. «Fiore, ad esempio, è un film straordinario, l’hanno presentato a Cannes ed è piaciuto, ma qui in Italia è uscito in sordina, a giugno… è un’intempestività davvero irritante». L’America ha ancora molto da insegnarci: «gli Stati Uniti sono ancora il motore di tutto, il laboratorio cinematografico che funziona meglio e innova di più. Le due maggiori autorità del campo, oggi, sono americane e si chiamano Terence Malick e David Lynch». Alla domanda inevitabile, chissà banale, su che cosa consiglierebbe a un giovane che vuole lavorare e vivere di cinema, lui risponde senza esitazione: «ci sono scuole buonissime… soprattutto all’estero. La migliore? È a New York. In Europa ci sono ottime scuole a Londra e, in misura minore, a Berlino e Barcellona. Anche il Centro di Cinematografia Sperimentale di Roma è molto buono, con una biblioteca e una cineteca straordinarie».

Nessuno (quasi) lo sa, ma tra i vincitori delle scorse edizioni del Fano International Film Festival anche Laszlo Nemes e Denis Villeneuve, il primo un premio Oscar, il secondo il futuro regista del sequel di Blade Runner

I festival restano l’occasione principale per capire dove sta andando il cinema, lo stato della ricerca, le derive sperimentali, i linguaggi rinnovati, le soluzioni drammaturgiche inattese: «tra i festival, Cannes e Venezia sono patinati… certo, si vedono ancora delle belle cose, ma il glamour si prende la scena, lasciando al discorso artistico solo briciole d’attenzione. Ma Locarno, Berlino, Donostia ospitano festival davvero notevoli». E di ricordi festivalieri, Fiorangelo Pucci potrebbe snocciolarne a volontà: «ho conosciuto Ennio Flaiano, visto Charlie Chaplin poco prima che ci lasciasse…». Per lui che è quasi un archeologo del cinema, dedito agli studi sulle origini e sul muto, chissà che emozione… «Era con la sua ultima donna, a Piazza San Marco: gli stavano dedicando un tributo». Alla prima di C’era una volta in America, Fiorangelo Pucci si ritrovò seduto accanto a Robert De Niro: «Sergio Leone era infuriato perché, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, De Niro era un uomo molto timido e riottoso, detestava la mondanità… in quell’occasione, era terribilmente in ritardo, non si trovava, nessuno sapeva dove potesse essersi cacciato, alla fine arrivò, ma Leone non la prese per niente bene».

L’idea di questo progetto che presentiamo a Passaggi, venerdì sera, è che la felicità possibile sia come un corto, qualcosa che dura poco, giusto un attimo. Ma quanta bellezza nella fragilità

E sulla collaborazione con il nostro giovane festival, Passaggi, Pucci si mostra entusiasta: «proponiamo dei corti, scelti tra quelli selezionati per l’ultima edizione del Fano International Film Festival». Una kermesse quest’ultima prestigiosa e autorevole, tanto che nel 2007 e 2008 decretò vincitore quello che oggi è un Premio Oscar: il regista ungherese de Il figlio di Saul Laszlo Nemes, ex assistente di Béla Tarr e oggi cineasta tra i più apprezzati, quotati, promettenti. Un’altra vecchia conoscenza del festival fanese è il canadese Denis Villeneuve, che dirigerà il sequel di Blade Runner con un cast che comprende, tra gli altri, Harrison Ford e Ryan Gosling. «L’idea di questo progetto che presentiamo a Passaggi, venerdì sera, è che la felicità possibile – lo spunto di riflessione scelto per la quarta edizione del festival di saggistica– sia come un corto, qualcosa che dura poco, giusto un attimo». Ma nella friabilità delle cose, sta in fondo anche la loro bellezza. E se per ogni malinconia c’è una consolazione, la più efficace è un credo indistruttibile, una convinzione testarda: «il cinema non è più un rito collettivo ed oggi non è in grado di aggregare e di educare come un tempo, però il cinema non morirà mai e questo è già moltissimo».

L’evento: La felicità è un attimo. Rassegna di Cortometraggi (Fano International Film Festival) – a cura di Fiorangelo Pucci, direttore artistico.

Venerdì 24 giugno – Orario 21:30 – 23:00 –  Mediateca Montanari

I corti in programma

Bellissima di Alessandro Capitani (Italia, 11′)

Bevitori di stelle di Benni Piazza (Italia, 23′)

Luminaris di Juan Pablo Zaramella (Argentina 7′)

Prends-moi di Anaïs Barbeau- Lavarette e André Turpin (Canada, 10′)

Sinuaria di Roberto Carta (Italia, 15′)

Teatro di Ivan Ruiz Flores (Spagna, 14′)

Per prenotare la partecipazione all’evento, cliccare su questo link


Carolina Iacucci 

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