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La Resistenza di Giovanni De Luna di fronte alla ‘mummificazione’ della Storia: «la lotta partigiana è la nostra pagina più bella»

Lo storico e giornalista Giovanni De Luna conversa con Simonetta Fiori al Chiostro delle Benedettine di Fano intorno al suo ultimo libro La resistenza perfetta (Feltrinelli), avvincente come un romanzo, ma fondato sulla memorialistica: lo stile narrativo diviene strumento privilegiato per combattere un’emergenza civile, quella della fossilizzazione della memoria storica, ostaggio di stereotipi e iconografie sedimentate nell’immaginario collettivo. 


Giovanni De Luna è saggista, docente di Storia contemporanea e giornalista, abituato a sperimentare la parola nelle sue diverse forme e a mettere in discussione ogni stilema e ogni modello formale per rinnovare le modalità del racconto storico. Lo fa nella sua opera precedente, vero e proprio successo editoriale, Le ragioni di un decennio, 1969-1979, dove scardina il principio di consequenzialità cronologica della trattazione per adottare la prospettiva tematica: scomporre e disarticolare la struttura dell’analisi storica sul piano formale fu insieme strumento e conseguenza naturale dello smantellamento delle immagini stereotipe sui cosiddetti ‘anni di piombo’, tentativo resistenziale di abbattere i simulacri della rappresentazione storica in nome di una visione rinnovata, più profonda e più libera.

Avevo una storia già perfetta, di una bellezza esemplare, quasi mitologica, senza esserlo, perché tutto avvenne nella realtà. Bisognava solo raccontare questa storia, anche e soprattutto perché oggi c’è un’emergenza civile rispetto alla Storia. L’ignoranza la puoi sconfiggere leggendo un libro, informandoti, ma gli stereotipi, i luoghi comuni solidificatisi intorno a un fatto, quelli sono più difficilmente reversibili

In questo suo nuovo La resistenza perfetta (Feltrinelli), dedicato a una vicenda partigiana accaduta in Piemonte tra il settembre del ’43 e l’aprile del ’45, l’autore interiorizza un modello narrativo – quello della sceneggiata napoletana, dice lui – per aderire a un’istanza civile, un modo di fare storia che interiorizza la narrativa per assecondare l’urgenza sociale. «Avevo una storia già perfetta, di una bellezza esemplare, quasi mitologica, senza esserlo, perché tutto avvenne nella realtà. Bisognava solo raccontare questa storia, anche e soprattutto perché oggi c’è un’emergenza civile rispetto alla Storia. L’ignoranza la puoi sconfiggere leggendo un libro, informandoti, ma gli stereotipi, i luoghi comuni solidificatisi intorno a un fatto, quelli sono più difficilmente reversibili», osserva l’autore, in conversazione con Simonette Fiori, giornalista de La Repubblica, interprete sensibile e acuminata del testo di De Luna. È lei che sottolinea l’importanza di questo libro: «lo stile è romanzesco, i personaggi sono nitidamente tratteggiati, pur trattandosi di un saggio fondato sulla memorialistica. È seduttivo come un romanzo, ma dà voce a un imperativo civile, quello di restituire credito a una pagina, quella della Resistenza italiana, spesso svilita e infangata».

I vent’anni di fascismo non furono solo un abisso per così dire storico, ma anche morale. La mentalità sessista e machista si affermò in quegli anni, il feticcio dei triangoli amorosi, con i tre vertici cristallizzati nelle parti della moglie, del marito e dell’amante del marito, si radicò nella stagione fascista. Fu difficile anche per questi partigiani che volevano costruire un mondo nuovo liberarsi delle concezioni vecchie

Figura cardine del saggio-racconto è la giovane Leletta d’Isola, aristocratica catapultata all’improvviso dal mondo sfavillante dei salotti piemontesi alla lotta partigiana perché «sedotta da una dimensione quasi francescana del comunismo», personaggio che incarna un’idea di Resistenza come esperienza non solo militare o politica, ma anche esistenziale, una forma di rifondazione e di rinascita: «le donne partigiane dovettero superare due barriere, quella della domesticità cui erano relegate e quella dello spazio pubblico, nel quale quasi repentinamente furono scaraventate. I vent’anni di fascismo non furono solo un abisso per così dire storico, ma anche morale. La mentalità sessista e machista si affermò in quegli anni, il feticcio dei triangoli amorosi, con i tre vertici cristallizzati nelle parti della moglie, del marito e dell’amante del marito, si radicò nella stagione fascista. Fu difficile anche per questi partigiani che volevano costruire un mondo nuovo liberarsi delle concezioni vecchie».

il nodo più significativo del crollo dello stato totalitario, che organizza e controlla la vita dalla culla alla tomba, occupandosi di ogni suo segmento, è una forma di solitudine della coscienza. La Resistenza fu anche quella solitudine, fu anche quell’abbandono, quel fare i conti con se stessi

la resistenza perfetta

Giovanni De Luna, ‘La Resistenza perfetta’ (Feltrinelli)

Per De Luna, la Resistenza fu senza dubbio «la pagina più bella della nostra storia» anche per questo, perché fu come una salvifica solitudine, il miracolo della presenza, spesso faticosa e contraddittoria, dell’uomo di fronte a se stesso, di fronte alla propria coscienza: «il nodo più significativo del crollo dello stato totalitario, che organizza e controlla la vita dalla culla alla tomba, occupandosi di ogni suo segmento, è una forma di solitudine della coscienza. La Resistenza fu anche quella solitudine, fu anche quell’abbandono, quel fare i conti con se stessi». Proprio per questa sua nobiltà morale irriducibile alla strumentalizzazione politica, la lotta partigiana deve tornare ad essere memoria viva, superando quel cortocircuito politico che a un certo punto, a causa dell’equazione tra Resistenza e macelleria, tra Resistenza e terrorismo, ha prodotto una mummificazione del passato, appiattendolo sul presente. «Forse opere come Il sentiero dei nidi di ragno e Il partigiano Johnny  raccontano ancora meglio che i saggi storici la pagina della Resistenza, perché le restituiscono complessità, perché le restituiscono umanità».

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