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Ennio Remondino e Riccardo Noury ricordano il genocidio di Srebrenica, carneficina ancora in attesa di giustizia

Ennio Remondino, inviato per la Rai durante gli anni delle guerre nei Balcani seguite alla dissoluzione della Jugoslavia, e Giorgio Santelli, giornalista di Rainews 24, conversano con Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International e autore del libro Srebrenica. La giustizia negata, scritto a quattro mani con Luca Leone.


Nella lunga navata dell’ex chiesa di San Domenico riecheggiano i ricordi di Ennio Remondino, inviato per la Rai durante gli anni delle guerre nei Balcani seguite alla dissoluzione dell’assetto jugoslavo. L’atmosfera è ieratica e quasi intimidante, la sua voce energica, ferma nel piglio esperto del cronista, ma s’intuisce la ferita ancora aperta di una memoria scomposta: «non ho mai scritto un libro sulla mia esperienza in Bosnia, l’unica su cui non abbia scritto un libro. La Bosnia mi ha svezzato completamente, lì ho visto cose che non pensavo avrei mai visto nella mia vita. Ricordo ancora come un’impressione sulla pelle la puzza di morte di quando sono arrivato a Srebrenica, dopo la segnalazione da parte di un istituto assistenziale gestito dalla comunità ebraica di Sarajevo che un massacro era avvenuto in quella piccola città».

La Bosnia mi ha svezzato completamente, lì ho visto cose che non pensavo avrei mai visto nella mia vita. Ricordo ancora come un’impressione sulla pelle la puzza di morte di quando sono arrivato a Srebrenica

srebrenicaEra l’11 luglio del 1995, tra pochi giorni cadrà il ventesimo anniversario: «mi hanno detto che bisogna parlare dei fatti quando cadono gli anniversari» esordisce Riccardo Noury, autore del libro Srebrenica. La giustizia negata. «L’anno scorso era il diciannovesimo e non interessava a nessuno, il prossimo sarà il ventunesimo e non interesserà a nessuno. Ho pensato che l’anniversario tondo forse avrebbe trovato un po’ d’attenzione. Quello che sappiamo dell’eccidio di Srebrenica è che 10.701 persone mancano all’appello. Quale sia il numero esatto di uomini in età militare, di credo mussulmano, che sono stati torturati, uccisi, fatti a pezzi e inumati non lo sappiamo. Ciò che ha spinto Luca [Leone, coautore del libro, N. d. R.] e me a a scrivere è stato proprio questo, l’irrisolto, la non terminata riassegnazione di nomi e cognomi a quei cadaveri o brandelli di cadaveri ritrovati nelle fosse comuni». «Quella della divisione manichea tra buoni e cattivi, dove i buoni sono i bosgnacchi e i cattivi i serbi bosniaci è una grande frottola», rincalza Remondino, «io di innocenti non ne ho visti, ci sono tante verità parziali e la redistribuzione delle responsabilità è molto complessa». Aggiunge Noury che «16000 persone sono a giudizio per la guerra nei Balcani, ma l’architettura istituzionale della Bosnia, la moltiplicazione degli organi di controllo hanno prodotto una situazione spezzatino, con un’amministrazione perversa della giustizia».

Lo stato d’animo di chi racconta a noi di Amnesty degli stupri subiti è di estremo dolore, quasi come se tutti questi anni non fossero passati. Una donna mi ha confidato che resta sotto la doccia per moltissimo tempo tutti i giorni, sentendosi addosso il fetore dell’uomo che l’ha violentata mentre l’acqua scorre senza che riesca a cancellarlo

Il portavoce di Amnesty International ricorda anche le migliaia di donne stuprate durante il conflitto, episodi fittissimi che hanno trovato un esito processuale solo in cinque casi. «C’è ancora adesso un clima intimidatorio, è un fatto in parte culturale, che appartiene a una società in cui una donna che ha subito uno stupro perde la dignità, non è più ‘sposabile’, non è riaccolta in seno alla comunità, ma emarginata. Lo stato d’animo di chi racconta a noi di Amnesty degli stupri subiti è di estremo dolore, quasi come se tutti questi anni non fossero passati. Una donna mi ha confidato che resta sotto la doccia per moltissimo tempo tutti i giorni, sentendosi addosso il fetore dell’uomo che l’ha violentata mentre l’acqua scorre senza che riesca a cancellarlo. Queste persone ferite, colpite da un’ingiustizia così grande sono come abbandonate, vengono percepite come un ostacolo al processo che molti pretendono di chiamare di riconciliazione».

ricordo di donne mussulmane concentrate nei bordelli, luoghi in cui anche i funzionari ONU s’intrattenevano. Una cosa che mi colpì è che quelle donne che tutti sapevano aver subito degli stupri quando sceglievano di testimoniare non parlavano mai in prima persona, parlavano della loro esperienza sempre come riferita ad altre donne, come se raccontassero un episodio capitato a un’amica. Loro erano quell’amica

sreRemondino condivide un’immagine ancora vivida nella sua mente: «ricordo di donne mussulmane concentrate nei bordelli, luoghi in cui anche i funzionari ONU s’intrattenevano. Una cosa che mi colpì è che quelle donne che tutti sapevano aver subito degli stupri quando sceglievano di testimoniare non parlavano mai in prima persona, parlavano della loro esperienza sempre come riferita ad altre donne, come se raccontassero un episodio capitato a un’amica. Loro erano quell’amica».

un casco blu olandese inviato per proteggere la popolazione sopravvissuta ha lasciato una scritta in fiammingo in cui si riferiva a una donna bosniaca in questi termini: “è sdentata, puzza di capra, ha i baffi”. Quando gli Olandesi dell’ONU dalla Bosnia, che allora era un grande tumulo di sangue e merda, tornarono a Zagabria, la prima cosa che fecero fu quella di organizzare una partita di calcio. Da quel momento non riesco a guardare con gli stessi occhi le partite di pallone dell’Olanda

In quel contesto di disumanità assoluta, neanche chi era stato incaricato di proteggere la popolazione superstite è riuscito ad applicare i diritti e per molti la visione di quella somma brutalità non ha avuto alcuna rispondenza empatica. Ricorda Noury con amarezza un episodio crudele ed esemplare: «un casco blu olandese inviato per proteggere la popolazione sopravvissuta ha lasciato una scritta in fiammingo in cui si riferiva a una donna bosniaca in questi termini: “è sdentata, puzza di capra, ha i baffi”. Quando gli olandesi mandati dall’ONU dalla Bosnia, che allora era un tumulo di sangue e merda, tornarono a Zagabria, la prima cosa che fecero fu quella di organizzare una partita di calcio. Da quel momento non riesco a guardare con gli stessi occhi le partite di pallone dell’Olanda». Sul futuro dei Balcani né Remondino né Noury si sentono così ottimisti: «la pace senza giustizia? Impossibile. Finché croati, serbi bosniaci e bosniaci mussulmani studieranno su libri diversi, attraverso parole diverse, la loro storia condivisa, finché i colpevoli di tali massacri continueranno ad essere acclamati come eroi e a ricoprire ruoli pubblici, finché i processi non inchioderanno alle loro colpe i responsabili, la pace sarà impossibile».

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