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Da Pericle a Montezuma, le parole che sopravvivono al tempo nei ‘cento discorsi’ di Michele Fina e Gianluca Lioni

È stato presentato a Passaggi, mercoledì 17 giugno, al Chiostro delle Benedettine di Fano, il libro I cento discorsi che hanno segnato la Storia (Editori Internazionali Riuniti), scritto a quattro mani da Michele Fina e Gianluca Lioni. Un gioco a ritroso nel tempo, alla scoperta delle parole che sono riuscite a cambiare il corso degli eventi. 


È nella voce potente e disciplinata dell’attore e regista Francesco Siciliano che rivivono le parole pronunciate il 18 marzo 1968 da Bob Kennedy, in quello che passò alla storia come il ‘discorso sul PIL’. Comincia così, con un estratto di quella celebre orazione, la presentazione del libro I cento discorsi che hanno segnato la storia, scritto a quattro mani da Michele Fina e Gianluca Lioni, vero e proprio viaggio nel passato attraverso la parola vivificatrice e demiurgica, motrice di cambiamento. «È un libro che non ha pretese accademiche», spiega Lioni, «certo, c’è stato un lavoro di ricerca, anche impegnativo, ma è stato soprattutto un gioco. Quello che ci interessava era la narrazione, la ricostruzione del clima in cui quei discorsi erano stati pronunciati, è come un macchina del tempo. C’interessava restituire un’emozione e una prospettiva laterale, che prendesse in considerazione anche figure perdenti, forse le più affascinanti. Ad esempio Montezuma, l’ultimo imperatore atzeco, che nel libro rivive attraverso il suo discorso di saluto a Hernán Cortés. Amaro e importante».

Quello che ci interessava era la narrazione, la ricostruzione del clima in cui quei discorsi erano stati pronunciati, è come un macchina del tempo. C’interessava restituire un’emozione e una prospettiva laterale, che prendesse in considerazione anche figure perdenti, forse le più affascinanti.

Gli autori del libro si confessano ‘romantici’ nella persuasione che la Storia sia decisa non solo dai macroprocessi, ma anche dalle parole, capaci di mutare il corso dei destini. Impossibile, però, percepire fin da subito se un discorso sarà in grado di sopravvivere alla voracità del tempo. Per questo, è necessario mettere un filtro, aspettare di capire se quelle parole sedimenteranno o si estingueranno come un refolo di vento. «La sfida», osserva Gianluca Lioni, «è stata andare a ritroso nella storia, spingerci il più in là possibile nel tempo e nello spazio. Il discorso pronunciato non è il discorso scritto. Traduzioni e tradizioni sono in parte tradimenti. Il nostro lavoro è stato, quindi, più da sceneggiatori che da storici, il criterio adottato non è la bellezza della parola, ma la sua potenza innovatrice, la sua capacità di attuare un mutamento».

Traduzioni e tradizioni sono in parte tradimenti. Il nostro lavoro è stato, quindi, più da sceneggiatori che da storici, il criterio adottato non è la bellezza della parola, ma la sua potenza innovatrice, la sua capacità di attuare un mutamento

L’attore Francesco Siciliano interviene per condividere un’impressione sulla distanza non solo temporale tra orazioni passate e presenti: «la vera protagonista dei discorsi contemporanei? L’impotenza. L’immediatezza dei discorsi pronunciati in stagioni per noi remote hanno sempre avuto come origine un’urgenza esecutiva. I discorsi di oggi sono discorsi orfani d’azione. L’importanza del discorso contemporaneo è spesso basata sull’impotenza dell’azione, sulla sua assenza». Ma, forse, c’è un elemento comune, un fondo di sintesi che potrebbe essere calato anche in questo tempo di estrema riproducibilità mediatica, l’essenza nascosta in quei discorsi suscettibile a diventare uno slogan o un tweet. La vera sfida, la più difficile, è sempre quella lanciata dal tempo e dalla sua rapacità. Per questo, se c’è un discorso irrinunciabile, che mai si sarebbe potuto sacrificare, è quello di Pericle. Lontanissimo nel tempo, ma più che mai vivo e alto come un grido non addomesticato, come una voce che non s’è sciupata.

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